Prestiti: i soldi dell’FMI sono buoni anche per l’Islam

La finanza islamica ha regole sostanzialmente differenti da quella “occidentale”. Non ultima, la linea guida che impedisce a chi presta denaro di richiedere interessi e, di conseguenza, a chi versa denaro in un deposito di pretendere una remunerazione per il semplice scambio di denaro. Fin qui, tutto (o quasi) chiaro: ma cosa accade se è un intero Paese, e non più un consumatore o un’azienda, a ottenere del denaro da una istituzione internazionale come il Fondo Monetario?

È quanto sta accadendo in queste settimane in Egitto, Paese che a fine agosto ha chiesto un corposo aiuto al Fmi (quasi 5 miliardi di dollari) per cercare di uscire dai fanghi delle criticità autunnali. Più di qualche osservatore ha tuttavia sollevato alcune perplessità circa la congruità di tale elargizione con i principi della Sharia, suscitando un dibattito talmente ampio che lo stesso presidente Mohammed Morsi è dovuto intervenire per placare gli animi.

“Non si tratta di usura” – ha affermato Morsi – “Non accetterei mai che gli egiziani vivano grazie all’usura”. Il prestito del Fondo, ha poi proseguito Morsi dinanzi a una platea di diverse decine di migliaia di persone riunitesi allo stadio del Cairo in occasione della commemorazione del 39mo anniversario della guerra arabo – israeliana del 1973, è quindi compatibile con i prinicipi dell’Islam, per la quale è usura (ribah) qualsiasi conseguimento di profitto dalla semplice circolazione del denaro.

Per i principi della Sharia, solamente il lavoro può generare del denaro, e non certo il versamento o il prestito di un capitale. Un principio saldo e condivisibile, che per larghi tratti ha permesso alla finanza islamica di attraversare indenne le criticità internazionali, senza che tuttavia potessero essere smentiti aggiramenti delle più rigide norme, di cui il finanziamento Fmi sembra essere un valido esempio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*